
Nel Riflesso dell’Altro
Il dubbio sibila,
chiaroscuro, al crepuscolo appare
un viso di sconosciuto familiare.
La fiducia è un equilibrio fragile, un filo teso tra il sapere e il sentire. Non si impone, non si insegna, eppure senza di essa il mondo resta un luogo inaccessibile, sigillato in sé stesso. Fidarsi è concedere all’altro il potere di ferire, e allo stesso tempo il dono di vedere. È un atto di creazione, un passaggio da un prima solitario a un dopo condiviso. Leonardo non credeva nelle parole facili, e Clara aveva imparato a diffidare delle promesse. Eppure, qualcosa di sottile e sconosciuto li stava conducendo l’uno verso l’altra.
Non c’era niente di straordinario nel loro incontro. Forse perché le cose importanti arrivano così, senza annunciarsi. Un pomeriggio qualunque, in un bar di una città che poteva essere qualsiasi città ma che era la mia città. Una città di provincia sul mare, in inverno. Leonardo alzò lo sguardo dal libro che non stava leggendo, al Caffè Margherita, osservando di sbieco le persone passeggiare vaghe sul lungomare e la vide. Clara era seduta di fronte a una tazza di caffè, il dito che sfiorava il bordo della tazzina come se quel gesto potesse aiutarla a mettere ordine nei suoi pensieri. Non si conoscevano, eppure c’era qualcosa che lo attraeva, che come una calamita richiamava insistentemente il suo sguardo, una piega nella realtà, come se il mondo avesse messo fra parentesi il tempo per un istante, aspettando di vedere cosa sarebbe accaduto.
Era la solita storia: due esistenze che si sfiorano senza mai toccarsi davvero, e poi, all’improvviso, un movimento impercettibile, una deviazione infinitesimale nell’ordine apparente delle cose, e due traiettorie parallele che diventano una. Lui aveva imparato presto a non fidarsi, a pesare le parole prima ancora che prendessero forma. Lei parlava troppo, oppure troppo poco, dipendeva da chi aveva davanti. Si erano abituati alla solitudine come a un cappotto troppo stretto, ma comunque necessario. Eppure, ora erano lì, ed era inevitabile.
Per un po’ si osservarono, senza parlare. Il silenzio era un’eco morbida tra loro, qualcosa che non metteva distanza ma creava spazio. Leonardo si domandò cosa la trattenesse lì, con la tazzina tra le mani, come se fosse in attesa di un segnale. E allora fece quello che per lui era più difficile: si fidò del momento, e si avvicinò.
“Vedi quel lampione laggiù?” chiese Clara senza guardarlo.
Leonardo esitò un attimo prima di seguire la direzione indicata dal suo sguardo. “Sì.”
“Da bambina credevo che avesse un’anima. Che la notte soffrisse di solitudine, acceso mentre tutti dormivano.”
Leonardo sorrise, non perché ridesse di lei, ma perché capiva perfettamente cosa intendesse. “Eri una bambina strana.”
Clara sollevò lo sguardo su di lui. “Anche tu.”
Era tutto lì, in quella risposta. Un riconoscersi. Un sapere che non c’era bisogno di spiegare niente.
Passarono ore a parlare, eppure non si dissero niente di essenziale, almeno non nel senso convenzionale del termine. Non c’erano dichiarazioni solenni, nessuna frase da romanzo. Solo frammenti di vite, scambiati senza paura di essere fraintesi.
“E se fosse sempre stato questo il problema?” disse Leonardo, all’improvviso.
Clara inclinò la testa di lato. “Cosa?”
“L’idea che qualcuno, prima o poi, avrebbe capito. Che bastava aspettare la persona giusta.”
Clara abbassò lo sguardo sulla tazzina ormai vuota. “E invece?”
“E invece forse non è una questione di capire. Ma di accettare di essere visti.”
Clara annuì lentamente, e per la prima volta dopo molto tempo si sentì leggera. Non era mai stata il tipo da illusioni romantiche, ma qualcosa in quella conversazione le faceva pensare che, forse, per la prima volta, fosse davvero possibile. Leonardo, accanto a lei, sembrava pensarla allo stesso modo.
Fuori, il lampione si accese. E per qualche motivo, non sembrava più così solo.
