La Papessa

La Papessa

Alla Maestra Elisabetta Petrescu, le cui Burle Oracolanti nei Semi dei Tarocchi hanno fatto sorgere nella mia mente come nel teatro Pirandelliano, un personaggio: la Papessa , Ispirata dai Tarocchi di Jodorosky , ecco Livia come ombra vivente, verbo taciuto, sigillo di una burla oracolante…

Livia non era una donna, era un sigillo di cera sulla mente degli altri. Il suo volto era un’illusione perfetta, un velo sapientemente tessuto di parole, gesti calibrati e sorrisi che celavano abissi insondabili. La sua voce accarezzava e imprigionava, un filo di seta che si avvolgeva intorno ai pensieri altrui, insinuando dubbi, demolendo certezze, trasformando la realtà in una tela tessuta esclusivamente dalle sue mani.

Diceva di sapere ciò che gli altri ignoravano, di essere la custode di una tradizione antica, l’unica vera erede di un sapere occulto che si trasmetteva solo a chi era degno. Ma la verità era un’altra: lei “creava “il sapere, lo modellava su misura della sua immaginazione, lo scolpiva sottilmente affinché chi la seguiva non osasse mai dubitare. Ogni sua frase era un’eco distorta di verità rubate, riforgiate per perseguire la sua idea di realtà , il suo universo generato da un inconscio demiurgo, dimorante nel suo spirito.

La conoscenza era l’inganno per il dominio. Livia non insegnava, ma decretava. Ogni incontro con lei era una prova sottile, un gioco di equilibri invisibili: dove finiva il pensiero dell’altro e dove iniziava la sua volontà? Chi osava metterla in discussione si trovava in un deserto senza orizzonte, in balia di un miraggio che prometteva acqua e lasciava solo sabbia. Il suo sguardo non era giudice, ma sentenza implicita: non serviva alzare la voce, non serviva colpire. Bastava insinuare. Bastava dubitare di chi dubitava.

Le sue parole erano spade avvelenate ricoperte d’oro. Le offriva con grazia, con il sorriso calmo di chi sa di avere il controllo. Parlava in cerchi, in parabole che sembravano rivelazioni. Non c’era una strada per contraddirla, perché ogni sentiero portava esattamente dove lei voleva. Ti faceva credere che stessi scegliendo, mentre eri già nel suo labirinto. E una volta dentro, non c’era via d’uscita.

Attorno a lei, gli altri erano fili di marionette che si tendevano a ogni suo gesto. Nessuno osava più parlare fuori dal suo ritmo, nessuno camminava senza il suo permesso. E chi lo faceva, veniva ridotto a un’ombra, lentamente eroso dall’oblio in cui Livia lo confinava. Era la Papessa, la custode di una saggezza che lei stessa aveva inventato. Non aveva bisogno di troni, perché il suo regno era il vuoto che lasciava negli altri. Li svuotava, li ridefiniva, e quando guardavano se stessi, vedevano il riflesso della sua volontà.

E quando qualcuno tentava di fuggire, scopriva che non c’era più un mondo fuori da lei. Il suo gioco era perfetto, il suo potere senza volto. Non governava con la forza, ma con il silenzio. Non imponeva, ma sottraeva. Era la porta e la chiave, il dubbio e la risposta.

E nel suo specchio, vedeva solo ciò che voleva vedere: un trono senza fine, un’ombra che non avrebbe mai avuto fine.

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