La Regola della Melagrana

La Regola della Melagrana

C’è un ricordo che mi abita, nitido, inciso come pietra nello spazio della mia mente. Ero bambina, e il giorno del mio compleanno portava con sé un rituale segreto, quasi sacro. La mia amica Primetta aveva un albero di melagrana nel suo giardino. Uno spettacolo. I rami si tendevano verso il cielo, carichi di frutti tondi e pesanti, il rosso acceso che bucava il verde cupo delle foglie. Aveva mani svelte, Primetta. Con un gesto preciso ne staccò uno e me lo porse e poi con calma lo aprì.

Non lo dimenticherò mai: la scorza ruvida che si spezza, un rumore secco, il cuore del frutto che si svela. Chicchi perfetti, lucidi, brillanti come rubini, disposti in un’armonia che sfidava il caso. Sembravano piccole pietre preziose, ordinate e vibranti di vita. Restai incantata. Come poteva esistere qualcosa di così perfettamente costruito? Ogni chicco al suo posto, ognuno parte di un insieme più grande. Un’unità che esisteva solo nella molteplicità.

Allora non lo sapevo, ma quella visione mi stava insegnando qualcosa di essenziale. La melagrana non è un frutto solitario. Vive della forza di una comunità, esiste nella vicinanza, respira nella connessione. Ogni chicco ha la sua forma, il suo spazio, nessuno sovrasta l’altro, ma ciascun chicco sta in un disegno che prevede per ciascuno la giustapposizione. È la stessa legge che regge ogni comunità basata sulla fiducia reciproca e sul rispetto della diversità.

Da bambini ci affanniamo ad affermare il nostro ego, crediamo di essere singoli, monadi sospese nel vuoto. Ma poi accade qualcosa – un gesto, una parola, uno sguardo che incrocia il nostro – e capiamo che siamo parte di un unico cuore pulsante. Crescendo, incominciamo a sperimentare la legge della Melagrana, anche se spesso persiste la memoria della solitudine. Come i chicchi della melagrana, ci riconosciamo pezzi dello stesso frutto. Diversi, unici, eppure uniti da un legame invisibile, più forte del tempo e delle distanze.

Nel tempo, ho ritrovato la presenza della melagrana nei luoghi più impensati, appariva come un segnale di senso, un percorso che voleva essere riconosciuto. Nei dipinti antichi, stretta nelle mani della Vergine o scolpita nei fregi di templi dimenticati. L’ho vista nei gesti di chi divide il pane, nella pazienza di chi insegna, nella cura di chi ascolta. La melagrana è questo: molte anime in una sola casa. Un segreto che gli antichi conoscevano bene, un sapere conservato nel tempo, tramandato attraverso simboli e gesti, un’arte che parla di unione e di appartenenza.

Negli ultimi anni, questa segnalazione di percorso incarnata dalla melagrana è tornata a farsi udire con una forza nuova, presentandosi come un’epifania. Ero a Jaffa, Israele, un giorno di sole di dicembre, poco dopo il solstizio d’inverno, il mare sembrava respirare calmo. Sul piazzale della città antica, all’incrocio di strade di pietra, un venditore premeva melagrane dentro una macchina di ferro scuro. Il succo scivolava denso nella brocca di vetro, rosso come il tramonto che incendiava l’orizzonte. Mi sorrise, senza dire nulla, e mi porse un bicchiere.

Lo presi tra le mani, ipnotizzata, sentendo la freschezza del vetro contro i polpastrelli, e bevvi. Il sapore era esattamente quello che ricordavo: intenso, vibrante, un equilibrio perfetto tra dolcezza e asprezza. Ogni goccia era il frutto di mille semi fusi insieme, l’essenza di una comunità che viveva oltre il tempo e lo spazio.

Guardai intorno a me. Il lungomare di Jaffa brulicava di vita: bambini che correvano, donne sedute su gradini di pietra, pescatori che tiravano su le reti mentre l’acqua scura si increspava ai loro piedi. Le voci si intrecciavano come fili invisibili, creando un tessuto sonoro che mi rapiva. E in quell’istante compresi. Il mondo era come una melagrana: ogni persona, ogni storia, ogni frammento di esistenza era un chicco incastonato nel tutto. Spesso, crediamo di essere soli, ma non lo siamo perché qualcosa o qualcuno ci tiene insieme.

E poi, all’improvviso, il vento cambiò direzione. La città sembrò arrestarsi, come a trattenere il fiato per la paura. Si dice che ci siano istanti di svelamento magico, momenti in cui il mondo trattiene il respiro prima che accada qualcosa di tremendo, in cui l’aria diventa più densa, in cui tutto sembra in bilico. Quel giorno d’inizio gennaio 2022, sentii quell’inquietudine. La percepivo nelle strade che, un attimo prima, brulicavano di vita e ora sembravano più silenziose, nel modo in cui le persone si guardavano, come in attesa di qualcosa di invisibile ma imminente.

Poco dopo, il silenzio si sarebbe spezzato. L’inferno sarebbe scoppiato. Nel giro di pochi giorni, il vento era cambiato davvero. Il clima mutò radicalmente, in un crescendo di tensione che si sentiva ovunque. Gli attentati, i raid, le rappresaglie. E poi la guerra e la morte. La morte che avanzava inesorabile, che si abbatteva come un’onda sulle vite spezzate senza distinzione.

Camminavo per le strade di Jaffa con la sensazione che qualcosa di irreparabile stesse per accadere. Il fragile equilibrio di quella terra si sarebbe incrinato di nuovo, come se la storia si ripetesse in un ciclo senza fine.

Eppure, in quell’istante sospeso, con il sapore della melagrana ancora sulle labbra, sentii dentro di me la certezza di un legame più forte di ogni tempesta. Perché la melagrana insegna che l’unità è possibile, che esiste un ordine superiore nella molteplicità. Insegna che, anche quando tutto sembra spezzarsi, c’è qualcosa che resta. La vita, la memoria, il legame che ci unisce.

La guerra avrebbe lasciato le sue cicatrici, come sempre. Ma in quel momento, in quel respiro trattenuto prima del boato, io sapevo. Noi siamo i chicchi della stessa melagrana. E se lo capissimo davvero, se lo ricordassimo anche nei giorni più bui, forse il frutto non si spaccherebbe mai del tutto.

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